14 giu 2009

Congiura contro Berlusconi? D'Alema e l'arte della guerra

In questi giorni prima Berlusconi, poi diversi uomini politici hanno affermato che sarebbero in corso delle manovre dirette a far cadere il governo, ed a sostituire il presidente del Consiglio con un altro, il quale sarebbe Mario Draghi, almeno a detta di Cossiga. La concentrazione in poche tempo di episodi come il "caso Mills", il "caso Noemi", e la questione degli aerei di Stato sarebbero, a detta di alcuni, indici del progredire di tale intrigo.
Massimo D’Alema al riguardo ha detto che "l'opposizione sia pronta in caso di scosse", poiché "nella vicenda italiana potranno avvenire delle scosse", precisando come "scosse significa momenti di conflitto, difficoltà anche imprevedibili. Del resto, le scosse sono così, imprevedibili" e poi "Questo richiede che l'opposizione sia in grado di assumersi le proprie responsabilità e anche che sia nella pienezza delle sue funzioni".
Il discorso dalemiano pare alludere oscuramente e velatamente alla possibilità che Berlusconi venga disarcionato, senza per questo precisare come. Nel caso che sia realmente in corso una sorta di "congiura", secondo alcuni commentatori essa potrebbe servirsi di differenti armi, quali un intervento della magistratura, oppure un abbandono del governo da parte di suoi alleati.
A parere del sottoscritto, la prima eventualità è un'arma spuntata, poiché Berlusconi ha resistito a 15 anni di processi, senza per questo essere vinto, anzi uscendone quasi politicamente rafforzato. E' un poco come "gridare al lupo": alla lunga, non si viene creduti.
Anche la seconda appare al momento difficile. La popolarità del governo è al massimo, mentre l'opposizione è ai suoi minimi storici. AN e FI si sono unite in un solo partito, mentre la Lega è ormai da moltissimi anni alleata di Berlusconi, e sta ottenendo da questa legislatura risultati importanti per il proprio elettorato: non gli converrebbe certo "cambiare cavallo", passando da un PDL fortissimo ad un PD malato se non moribondo.
E’ possibile invece che D’Alema stia applicando uno dei principi dell’arte cinese della guerra, che all’incirca suona nel seguente modo. Se un sovrano è in guerra con un altro, che possiede un validissimo generale, un buon modo per colpirlo è quello di spargere abilmente la voce che questi è un traditore del suo re, in combatte con il monarca nemico. In questo modo si può ottenere che il sovrano elimini il proprio miglior comandante.Annunciare pubblicamente un intrigo di palazzo diretto a far cadere Berlusconi ha senso soltanto se si vuole aizzare gli uni contro gli altri i membri della maggioranza, ed ispirare in essi sfiducia reciproca. Altrimenti, sortirebbe il solo effetto di rendere ancora più cauto ed attento il presidente del consiglio, ciò che sarebbe controproducente per la “congiura”.

13 giu 2009

Contrordine dal Cairo, non si pubblicano autori israelian

Ieri avevamo ripreso la notizia che l'Egitto aveva finalmente deciso di tradurre alcuni autori israeliani, facendola seguire da un " ohibò " quale nostro commento. Facevamo bene a stupirci. Infatti è arrivata subito la smentita, uscita sul DAILY NEWS EGYPT, che accusa l'agenzia FRANCE PRESS di falso. Chi si era illuso che la cultura egiziana, controllata da Farouk Hosny (per saperne di più su di lui, vedere nel nostro archivio) avesse cambiato registro, si prepari ad una attesa che temiamo ancora lunga. Ecco il testo uscito sul giornale egiziano in lingua inglese:
CAIRO: A culture ministry official has denied reports that Egypt will publish Arabic translations of novels by renowned Israeli writers Amos Oz and David Grossman for the first time. An official at the head of the translations center Gaber Asfour's office told Daily News Egypt in a telephone interview that a report by Agence France-Presse (AFP) was false. In an AFP article published Thursday, Asfour was quoted as saying, "I hope to have signed an agreement with their English and French publishers by early July, without going via the Israeli publishers," referring to the works of Oz and Grossman.
Farouk Hosny, "se vedo un libro israeliano, lo brucio con le mie mani", è la dichiarazione del Ministro della Cultura egiziano.

12 giu 2009

Vietnam, convento cattolico demolito dal governo


Martedì 09 Giugno 2009 08:25 L’edificio a due piani ospitava i religiosi dell’ordine della Sacra Famiglia di Banam. Altare e statue votive gettate nella spazzatura. I beni ecclesiastici sequestrati dalle autorità per trasformarli in hotel o resort per turisti. Leader cattolici denunciano la violazione della libertà religiosa nel Paese.
Ho Chi Minh City (AsiaNews) – Il convento dei Fratelli della Sacra Famiglia di Banam, a Long Xuyen, è stato demolito per ordine del governo. La conferma arriva dal portavoce della diocesi di Long Xuyen – capoluogo della provincia di An Giang, nel sud del Vietnam – che parla di un “ordine improvviso” di abbattimento emesso dalle autorità locali. Una fine analoga a quella subita di recente dal monastero delle Suore di San Paolo di Chartres, a Vinh Long, provincia del delta del Mekong.
Il convento è stato costruito nel 1971 ed era ancora in buone condizioni; realizzato su una struttura a due piani, esso ospitava i sacerdoti dell’ordine della Sacra famiglia. L’altare e le statue votive sono state gettate nella spazzatura. La sua demolizione ha destato “stupore” fra i leader cattolici vietnamiti, che ancora oggi non sanno i motivi alla base dell’abbattimento e gli utilizzi futuri del terreno sul quale sorgeva il monastero. Diverse proprietà ecclesiastiche sono state riconvertite a hotel e resort per turisti.
I cattolici vietnamiti non nascondo la preoccupazione per il giro di vite imposto dal governo. Da mesi la leadership comunista ha avviato una campagna contro la comunità cattolica, sequestrando beni e proprietà, diffamando sacerdoti e religiosi che si battono a protezione dell’ambiente e limitando di fatto la libertà di culto. Il 21 maggio scorso Nguyen Thanh Xuan, vice-capo del governo per gli Affari religiosi, ha confermato che “non verranno restituiti beni e proprietà alla Chiesa cattolica o altra organizzazione religiosa”. La demolizione del convento è un ulteriore segnale di allarme per la libertà religiosa in Vietnam.
La Congregazione dei Fratelli di Banam è stata fondata nel 1931 da mons. Valentin Herrgott, vicario apostolico in Cambogia. Nel 1970, dopo il colpo di Stato contro re Sihanouk e l’ascesa al potere del governo filo-occidentale guidato da Lon Nol, i responsabili hanno deciso di trasferire la sede dell’ordine nel vicino Vietnam, nella diocesi di Long Xuyen.
Nel 1984 tutti i membri dell’ordine sono stati arrestati con l’accusa di “attività contro-rivoluzionarie” e il loro convento è stato chiuso. I sacerdoti sono stati imprigionati per anni senza nemmeno un processo. Più volte la congregazione ha chiesto giustizia protestando contro l’arresto dei religiosi e chiedendo la restituzione della proprietà, senza risultato.
di J.B. An Dang
link: http://new.asianews.it/index.php?l=it&art=15453

3 giu 2009

Tienanmen: a 20 anni dal massacro

Censura web, ma dissidenti in Rete
Per le vie di Pechino fervono già i preparativi in vista del 60esimo anniversario della nascita del Partito comunista cinese, che ricorre il primo ottobre, ma non c'è alcuna traccia del 20esimo anniversario del massacro di Piazza Tienanmen, avvenuto tra il 3 e il 4 giugno 1989. Il silenzio scelto da Pechino è assordante. Alcuni siti sono stati oscurati, ma la censura cinese non è riescita ad oltrepassare i propri confini.
Negli ultimi giorni sono infatti tornati a parlare gli eroi di quelle proteste che volevano essere pacifiche. Il più agguerrito è Wang Dan, che è stato uno dei leader studenteschi dell'Università di Pechino e uno dei 21 ex studenti "most wanted" dal regime cinese. Dopo la repressione fu incarcerato due volte per un totale di oltre quattro anni, finché riuscì a scappare in esilio negli Stati Uniti. In questi giorni ha rilasciato diverse interviste, visibili online, in cui spiega cosa fu veramente Tiananmen.
Oltre a quella di Wang, sul web si trovano molte testimonianze di ex studenti, come quella di Yang Jianli, che oggi vive a Boston, e a cui è stato negato il visto d'ingresso a Hong Kong, sua città natale. Yang voleva poi recarsi a Pechino per commemorare l'anniversario con altri attivisti. E c'è poi chi come Cui Weiping non prese direttamente parte alle proteste, ma oggi si sente in dovere di parlare perché non potrà mai dimenticare i pantaloni insanguinati del marito quando la notte di vent'anni fa tornò a casa con l'orrore negli occhi. Cui, che vive ancora a Pechino, a metà maggio aveva postato sul suo blog la domanda provocatoria: "Vogliamo continuare ad andare avanti con questo silenzio?". I censori hanno subito rimosso la frase, ma questa è riapparsa in altri siti e continua ad essere ripresa ogni volta che Pechino cerca di riportare il silenzio sulla Rete.
Il 14 aprile del 1989 oltre un milione di studenti e lavoratori si mobilitarono per dare vita alla più grande manifestazione contro il regime cinese. Il bilancio della protesta parla di sei settimane di scontri, tremila morti, migliaia di feriti e centinaia di giovani arrestati. Ma i dati non sono mai stati confermati dalle autorità. La manifestazione fu soffocata nel sangue meno di due mesi più tardi nella notte tra il 3 e il 4 giugno in Piazza Tienanmen. I carri armati entrarono nel cuore storico della capitale all'alba, seminando panico e morte. Ma ecco nel dettaglio le tappe più importanti della "primavera di Pechino".- 15 aprile: Muore l'ex capo del partito comunista e leader riformista Hu Yaobang, sospeso dalla carica nel 1987 con l'accusa di non essersi opposto abbastanza alla liberalizzazione borghese. Gli studenti gli rendono omaggio e cominciano a sfilare per Pechino fino a ritrovarsi in piazza Tiananmen. E' così che comincia la rivolta. Ma ai giovani che chiedono a gran voce democrazia, riforme, fine del nepotismo e della corruzione, i leader cinesi Deng Xiao Ping, Li Peng e Yao Yilin rispondono rifiutando il dialogo.-18-21 aprile: La rivolta si allarga. Cominciano ad arrivare a Pechino migliaia di universitari e lavoratori da tutto il paese. A gran voce chiedono più libertà e democrazia e la fine della dittatura.
22 aprile: Migliaia di studenti si riuniscono fuori del palazzo del Popolo sulla piazza di Tien an men per partecipare al servizio funebre per Hu Yaobang. Scatta l'allerta. Il governo annuncia severe ritorsioni contro i manifestanti. I giovani chiedono un incontro con Li Peng, ma il loro appello viene respinto. - 26 aprile: Il giornale di stato "Il quotidiano del popolo" pubblica un durissimo editoriale in cui si condannano le manifestazioni degli studenti e si invoca una presa di posizione chiara contro la rivolta. A ispirare l'articolo Deng Xiaoping, allora eminenza grigia del regime. E' come benzina su fuoco. - 4 maggio: Decine di migliaia di studenti in almeno cinque città chiave del paese scendono in piazza. E' la più grande manifestazione popolare in 40 anni di comunismo. L'iniziativa coincide con il 70 esimo anniversario del Movimento del 4 Maggio, un movimento culturale da sempre in prima linea per una Cina più forte. Zhao Ziyang, il capo del partito comunista, dal meeting con le banche asiatiche annuncia che la rivolta sarà sedata gradualmente. - 13 maggio: Alla vigilia della visita in Cina del leader sovietico Mikhail Gorbachev, centinaia di studenti cominciano lo sciopero della fame a tempo indeterminato su piazza Tienanmen contro il governo che rifiuta il dialogo. - 15 maggio: Comincia la visita di stato di Mikhail Gorbachev che arriva a Pechino per il primo summit sino-sovietico in 30 anni. Le proteste degli studenti costringono le autorità a cancellare la cerimonia di benvenuto su piazza Tienanmen. - 19 maggio: Zhao Ziyang si reca in piazza Tienanmen e fa appello agli studenti a cercare di trovare un compromesso. Ad accompagnarlo Li Peng e Wen Jiabao, l'attuale premier cinese. Zhao è favorevole a introdurre riforme. E rivolto alla folla dice: "Noi siamo arrivati troppo tardi". E' una delle sue ultime azioni politiche. - 20 maggio: Entra in vigore la legge marziale in numerosi distretti di Pechino e l'esercito comincia a dirigersi verso il centro della citta'. Moltissimi civili tentano di bloccare l'avanzata dei carriarmati anche innalzando barricate nelle strade. I soldati hanno ordine di non aprire il fuoco. - 24 maggio 1 giugno: La protesta continua senza che esercito o sicurezza intervengano. - 2 giugno: Gli alti ranghi del partito comunista approvano il piano per porre fine in maniera definitiva e con la forza alla rivolta. - 3 giugno: Le truppe aprono il fuoco su Tienanmen. E' un ammonimento. In serata migliaia di soldati convergono verso il centro di Pechino. La gente si riversa nelle strade per tentare di bloccarli. E' l'inizio del bagno di sangue. Tantissimi i morti e i feriti. - 4 giugno: La città è in stato di shock. I soldati aprono di nuovo il fuoco. Hanno luogo sporadiche sparatorie durante tutto il giorno. Il governo definisce l'intervento militare una grande vittoria. Da un quotidiano di stato si fa appello all'esercito a pene severe nei confronti di chi è senza legge e pianifica rivolte. Ma una servizio radiofonico in lingua inglese in onda su radio Pechino dà notizia dell'uccisione di migliaia di civili, parlando di spaventosa violazione dei diritti umani e di barbaro eccidio. Poi una precisazione delle autorita' che sostiene che nessuno è stato ucciso sulla piazza. Inizia cosi' un balletto di cifre sulle vittime: per alcuni a morire furono qualche centinaia, per altri qualche migliaia. - 5 giugno: Ore 12 del 5 giugno 1989. Un giovane, di cui non è mai stata svelata l'identità e del quale non si è mai saputa la sorte, sotto gli occhi delle telecamere di tutto il mondo, attraversa piazza Tiananmen, sfidando la colonna di carriarmati, schierati dal regime. Fotogrammi, quelli del "ribelle sconosciuto", come lo definì il Time, che fecero di colpo il giro del mondo, assurgendo a simbolo di libertà, a memoria di quei giorni drammatici, di quella primavera insanguinata. Immagini immortalate ancor oggi su manifesti e t-shirt e inserite da Wim Wenders anche in uno dei suoi film più famosi, "Fino alla Fine del Mondo", del 1991. - 9 giugno: Deng Xiaoping appare per la prima volta in pubblico dall'inizio della rivolta, lodando gli ufficiali dell'esercito per il modo in cui sono riusciti a sedare le proteste e scagliandosi contro i dimostranti che non volevano altro che rovesciare il regime comunista.

2 giu 2009

Per rammentare e prepararci...

Contro il premier, una trappola a orologeria

mario.sechi
Lunedì 1 Giugno 2009

Guai a chiamarlo complotto, la sola parola evoca ombre inafferrabili, mentre in questa storia le tessere del mosaico sono visibili.Il Cavaliere, Noemi, La Repubblica: sembrava un incastro perfetto fino a quando nelle rotative del giornale-partito non è rimasto impigliato un ex fidanzato molto loquace e un po’ condannato. Anno 2005, due anni e sei mesi per rapina, con la condizionale. Un fastidioso granello di sabbia è finito negli ingranaggi di una macchina collaudata che come fine ha l’abbattimento di Silvio Berlusconi e usa il gossip come nuovo mezzo di conduzione di una guerra che va avanti dal 1994, continuerà dopo le elezioni europee, punta al fallimento del G8 all’Aquila, spera nel gelo precoce in Abruzzo e prepara un autunno caldo per il governo.Flashback.Il metodo, più che collaudato, in passato ha avuto anche un discreto successo.Primo episodio: l’avviso di garanzia recapitato dalle colonne del Corriere della sera nel novembre 1994 a un Berlusconi impegnato a presiedere a Napoli un summit dell’Onu sulla criminalità. L’inchiesta per corruzione della Guardia di finanza finì nel 2001 con l’assoluzione in Cassazione del Cavaliere. Ma nel frattempo il governo era caduto e la Lega uscendo dal Polo aveva favorito il ribaltone. Secondo episodio: metà marzo del 1996, a 40 giorni dalle elezioni politiche che dovevano ribaltare il ribaltone, compare in edicola una copertina dell’Espresso, titolo “Il Polo delle vanità “, foto di Veronica Lario, Silvio Berlusconi, Cesare e Silvana Previti, Vittorio Dotti e Stefania Ariosto a bordo del veliero Barbarossa, di proprietà dell’avvocato romano. Cover profetica: sembrerebbe un attacco moralistico alla società dei ricchi e volgari, in pieno stile via Po, ma in realtà è la comparsa in scena di lì a pochi giorni del “teste Omega”, Stefania Ariosto, compagna di Dotti che, si saprà dopo, già da un anno è una fonte coperta della procura di Milano. Sulle sue rivelazioni si imbastisce il processo Sme.Ariosto racconta di serate nei circoli romani, in particolare al Canottieri Lazio di cui Previti era presidente, con mazzette di banconote che passano da un tavolo all’altro o vengono lasciate nelle toilette. Denaro che sarebbe servito a corrompere alcuni magistrati romani. Ariosto diventa l’eroina della Repubblica, la testimonial del malaffare imprenditoriale ed etico del berlusconismo. Sarà la prima a raccontare come alla corte di Silvio le donne siano “trattate come oggetti”. Risultato: le elezioni del 1996 vengono vinte da Romano Prodi, Berlusconi viene prosciolto nel 2007 dalla Corte d’appello di Milano per non avere commesso il fatto. Quanto alla mirabile teste Omega, la magistratura la dichiarerà inattendibile e i fatti dimostreranno che era lei, vittima del demone del gioco, ad avere seri problemi finanziari.Ritorno al futuro.Il metodo è lo stesso di allora. Cambia il mezzo: non più la via giudiziaria alla battaglia politica, ma lo screditamento privato, il gossip applicato alla demolizione dell’avversario. Anche qui, in realtà, la storia di Noemi ha un preludio e sempre lo stesso protagonista: La Repubblica, che un’estate fa, appena formato il governo dopo le elezioni del 13-14 aprile 2008, rispolvera il cosiddetto patto di Raiset, presunta combine imprenditoriale fra i manager della tv di stato e quelli della Mediaset. Ma il vero bersaglio è sempre il Cav e stavolta anziché di soldi si parla di veline, vallette e ministre. Nel tritacarne finisce Agostino Saccà, direttore della Rai Fiction, amico di Berlusconi. Saccà è imputato nell’inchiesta della procura di Napoli, le sue chiacchierate al telefono con il presidente del Consiglio vengono pubblicate dai giornali, La Repubblica in testa. Il Cav cerca di raccomandare qualche attrice, Saccà dice sì al telefono e poi se ne infischia. Niente di penalmente rilevante, un trattato antropologico dell’Italia (che può piacere o meno) ma l’estate si trasforma in una fornace: si vocifera dell’imminente arrivo di un’intercettazione bomba, l’arma finale, in cui perfino le ministre comparirebbero nella veste di donne oggetto. Tutto avrebbe dovuto portare alla caduta prematura del governo più forte del dopoguerra. Risultato: Saccà viene prosciolto, l’inchiesta archiviata, le intercettazioni devono essere distrutte e la bomba a orologeria smette di ticchettare. Ma solo per un po’.Campagna sporca.Il tic tac esce nuovamente dal Vesuvio poco meno di un anno dopo. A far ripartire l’ingranaggio stavolta è il combinato disposto La Repubblica-Veronica Lario. Berlusconi il 26 aprile va a una festa privata (si fa per dire) di compleanno a Casoria (Napoli), la festeggiata è la 18enne Noemi Letizia.Martedì 28 compare un articolo di cronaca sulla Repubblica (firmato da Conchita Sannino, la cronista che poi scoverà Gino Flaminio, ex fidanzato di Noemi) e sul Corriere del Mezzogiorno Noemi racconta la sua amicizia con Berlusconi e lo chiama “Papi”. Passa la mattina e anche la sera. Ma alle 22.31 la signora Lario rompe il ghiaccio e parla con l’agenzia Ansa, La Repubblica riprende e amplia con la penna di Dario Cresto-Dina. Ritorno alla guerra di Arcore. Da quell’istante s’apre un’indagine pubblica sulla famiglia Letizia e comincia il tam-tam su Berlusconi e il suo rapporto con Noemi. La caccia alla volpe è guidata dalla Repubblica che impegna le sue migliori risorse per coronare l’impresa.Quella del 28 aprile è una data da ricordare perché segna uno spartiacque nel costume politico italiano. Per la prima volta una campagna elettorale (elezioni europee il 6 e 7 giugno) assume le sembianze di una vera e propria “dirty campaign ” (campagna sporca) all’americana dove entra in scena il “lato b” della politica, il letto e il potere. L’apparato di sicurezza che dovrebbe proteggere il presidente del Consiglio (privacy compresa) si mostra debole e perforabile. Con Berlusconi non è facile, l’uomo è imprevedibile e i suoi spostamenti totalmente fuori protocollo.Nel governo c’è chi fa notare che la cosa non funziona. Un democristiano di lungo corso come il ministro Gianfranco Rotondi non ci gira intorno: “Formulo il legittimo sospetto che vi sia stato un gruppo di intelligenza che si è dato l’obiettivo di indirizzare al premier un’accusa infamante e di fare in modo che a formularla fosse la moglie” dice Rotondi. “Nei casi Montesi-Piccioni, Cossiga-Donat Cattin e Leone-Cederna si è saputo che giornali e giornalisti erano solo strumenti incolpevoli e inconsapevoli. La regia di quest’operazione è nell’ombra e non riguarda né La Repubblica né la sinistra italiana”.
Spectre o no, il Cav è sotto un fuoco pesante che punta a renderlo impresentabile, a ridicolizzarlo, a renderlo vulnerabile agli occhi della comunità internazionale che non legge la stampa italiana ma ne conosce gli echi attraverso il network di giornali che da sempre partecipa al cenacolo del gruppo Espresso (articolo a pagina 37). L’agenda politica influenza tutta la vicenda: il Pd prima con il segretario Dario Franceschini dice “tra moglie e marito non mettere il dito”, poi però legge i drammatici sondaggi per il suo partito e come in un romanzo kafkiano c’è la metamorfosi e dichiara “fareste educare i vostri figli da quest’uomo?”. È un punto di non ritorno i cui esiti sono imprevedibili.Maurizio Gasparri chiosa: “Franceschini è disperato e si attacca al gossip. È un contrattista a progetto la cui collaborazione scadrà dopo il voto delle europee”. Nonostante l’impressionante volume di fuoco, i sondaggi per ora danno il Pdl e la Lega al 50 per cento e il Pd sotto la soglia di sopravvivenza del 27.Franceschini si gioca tutto e va in scia alla campagna della Repubblica. Ma il vero obiettivo non è menomare il voto per Strasburgo. Ci sono altre scadenze, il G8 e l’emergenza terremoto in Abruzzo dove a settembre comincerà a far freddo e la sistemazione di migliaia di persone dovrà compiersi a tempo di record. Per ora il bersaglio grosso più ravvicinato è il G8 di luglio all’Aquila. Il presidente del Consiglio presiederà un vertice nel pieno di una tempesta perfetta. Basta leggere i siti web dell’antagonismo per capire che si prepara un evento ad alto voltaggio. Berlusconi è presentato dai media alla comunità internazionale come il capo di un sultanato, il tamtam in rete dei no global è fitto e le condizioni logistiche non sono le migliori.È una zona terremotata, giustamente ipersensibile, il terreno ideale per chi cerca il caos e chi vuole raccoglierne un dividendo politico. Fu al forum internazionale di Napoli che cadde il primo governo Berlusconi. La governance mondiale oggi si regge soprattutto sull’immagine, ecco perché 15 anni dopo le lancette dell’orologio tornano indietro al 1994: la trappola è tesa, si tenta il bis.
http://blog.panorama.it/italia/2009/06/01/contro-il-premier-una-trappola-a-orologeria/

29 mag 2009

Spiazzati sul Bamba

Dario Franceschini ha spiazzato tutti quanti. L'avevamo pronosticato, e pensavamo di conferire il Premio Bamba a Enrico Mentana. Invece abbiamo giocoforza dovuto assegnarlo al leader dei democratici. Il premio se l'è tirato addosso con le sue mani. La vicenda è nota a tutti. Si riferisce al monito da lui fatto alle famiglie italiane, col quale le metteva in guardia dall'affidare l'educazione dei propri figli a Berlusconi.
Più scempiaggine di così?
Qualsiasi altro candidato al Premio Bamba, in concorrenza con un caso del genere, non avrebbe avuto alcuna possibilità di successo.
Vittorio Feltri, allora, è andato oltre. Sul suo giornale, Libero, ha lanciato un sondaggio, chiedendo ai lettori di rispondere al seguente semplice quesito: affidereste il vostro cane a Franceschini, affinchè gli insegni?